Frammenti DELL’INUTILE di Serse Cardellini (Gilgamesh Edizioni)

Copertina Dell'inutile

IL POETA, DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO, LASCIA CADERE A TERRA LA PENNA DELL’INSUCCESSO E, PER UN ATTIMO LUNGO QUANTO LA SUA VITA, SI DOMANDA SE ABBIA ANCORA SENSO SCRIVERE.

VOCE FUORI CAMPO – Ma ’n vedi tu sti poeti der cazzo che se credono ar pari de Cristo e ce rompono li coioni con tutte ste storie de piagni e piagni… ma vennè volete riannà affanculo!

ECO CORALE

Affanculo fanculo ’nculo…

IL POETA, DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO, RIPRENDE IN MANO LA PENNA E FIRMA LA SUA CONDANNA.

Condannato a scrivere di stupide storie

quando con la mano inciampo nella tazza,

quando il caffè si rovescia sulla carta,

condannato a riscrivere tutto daccapo

di stupide storie per stupidi editori

quando per anni di psichici disturbi

mio unico orizzonte è stato il foglio.

Ma chi sei per dire questo?

Chi ti manda a chiedere elemosina?

Mi manda Omero, Dante e Leopardi.

Poi mi manda anche tua moglie.

Impostore! Vattene dalla mia Casa Editrice!

Quale casa?

Editrice.

Cosa significa?

Che dà fuori.

Una casa che dà fuori è un ossimoro.

Scriverò per te e la tua casa, editore,

scriverò del tuo inutile resistere

a fare finta di sapere ciò che fai

cosa sei, che anche tu, come tutti,

credi d’avere un fine in questa vita

di lasciare ai posteri il tuo nome

di dire all’infermo alzati e cammina

di chiederti perché fai tutto questo.

Caro editore, ti scrivo questa lettera col cuore, che porta alla notte un lieto sonno, che il giorno ti fa vivere felice: quando alla tua porta busserà un poeta, uccidilo.

VOCE FUORI CAMPO – Oh, sto cazzo de poeta me inizia a piaccia.

CORO

Evviva! Evviva! Evviva!

A lui er poeta piacce!

Proseguendo in modo inutile e prosaico.

Questa mia inclinazione all’inutile (e già trovo che sia scorretto iniziare così, perché un aggettivo possessivo è fuorviante quando si tratta dell’inutile che mai si fa possedere, proprio perché non serve a niente e nessuno, in quanto l’inutile è piena libertà d’espressione), quando ogni giorno ripeti a te stesso che è inutile continuare a scrivere di qualcosa che non si avvera per qualcuno che non arriva. Il mondo è cambiato, dicono, e anche dicono che per questo genere di mondo non servono più idee originali, ciò che è utile è rispondere alla più ampia richiesta di senso comune. E allora io ribatto agli esperti di vita che il mondo è cambiato due volte, perché la più ampia richiesta di senso comune è quella di voler essere originali a ogni costo. Quanti scrittori, infatti, ostentano una qualche forma di originalità. Tutti che vorrebbero un posto nelle carte dell’eternità. Tutti che diventano guaritori di tutti. Insomma, tutti hanno qualcosa d’inutile da voler lasciare in eredità.

E quando penso alla cosa più inutile che abbia caratterizzato la mia vita, questa non può che essere l’ossessione con cui ho perseguito la tentazione più comune tra gli scrittori: quella di credersi originali. Una credulità che in me ancora oggi cresce e persiste come qualcosa d’irrinunciabile, rendendomi il più comune tra comuni scrittori. Come posso, infatti, rinunciare a quell’unica cosa che in tutta la sua inutilità mi rende perfettamente libero nei confronti del mondo? Io rispondo solo alla scrittura, sono al suo servizio, e il “mio” scrivere (concedetemi l’aggettivo possessivo per facilità di espressione) non è a servizio di nessuno perché a nessuno serve, essendo la cosa più inutile di questo mondo.

Ciò che voglio dire è che mi è impossibile rinunciare a tale libertà: sono libero dal momento in cui servo quel tipo di scrittura che a nulla serve. Qualcuno, allora, di certo obietterà che il mio essere scrittore non può vantare un’inutilità assoluta. Ci dovrà pur essere un lettore (magari io stesso) che ha trovato utile giovamento da ciò che vado scrivendo. Ma io dico impossibile. Qui, nell’inutile dimora della parola, non vige la regola dello scrivere per sé o per gli altri, si dica piuttosto che questo genere di scrittura è talmente libera da ogni servigio da non poter essere utilizzata per alcuno scopo: né politico, né economico, né filosofico, né poetico, né scientifico, né ecc. Questo genere di scrittura è così inutile da non potersi nemmeno permettere di cessare di scrivere, perché l’inutile è tale solo in forma manifesta, cioè quando tutti possono prendere atto del suo non servire a niente, spingendo lo scritto e lo scrittore in un angolo, una sorta d’isolamento che però non relega ma libera.

A questo punto c’è che tutta questa inservibile libertà di scrittura rende lo scrittore servo della stessa, perché egli non possiede la scrittura ma è da essa posseduto. Siamo alle solite. Lo scrittore che più si libera del mondo è colui che rimane solo con la scrittura, servendola fedelmente e accettandone ogni eccesso dispotico. Così se da un lato la parola s’incarna nello scrittore, dall’altro lo scrittore si disincarna in parola e sotto il suo comando vive, muore e risorge.

È questo un sublime gioco di specchi che mi ha reso tanto inutile quanto quella stessa scrittura che mia non è. E se qualcuno ancora s’illude di trovare in questo testo qualcosa di originale, allora nulla ha compreso dell’inutilità dell’originalità, quale atteggiamento che sta all’inizio di ogni cosa, essendo la più vecchia e ripetitiva espressione di questo mondo, ciò che appunto sta all’origine e continuamente ripropone se stessa come rinnovamento, ripartenza, ricominciamento, dove ogni cosa viene rifatta di nuovo. È come dire che da sempre ogni cosa è nata per rinascere, dove ciò che oggi appare originale, lo deve all’origine di ieri e di domani.

Di questo parmenideo essere in divenire la fisica odierna direbbe che tutto si trasforma e nulla si distrugge, e ciò è la cosa più inutile che si possa affermare di questa originaria e originale esistenza da sempre libera di fare, disfare e rifare. Ma ancora più inutile è credere che vi sia un dio creatore unico e onnipotente all’origine dell’originalità, cioè assolutamente libero di essere indicibile, ineffabile, inservibile e dunque perfettamente inutile. Com’è vero che se la perfezione è inutile, allora l’inutilità è perfetta. Se dunque crediamo alla perfezione di dio, dobbiamo anche accettare la sua inutilità.

A ogni modo andiamo avanti con il nostro elogio dell’inutile, per vedere come esso rappresenti il punto più alto della coscienza di uno scrittore. Domandiamoci, allora, quanti veri scrittori siano in grado di continuare per tutta la vita nella loro opera, consapevoli di fare qualcosa d’inutile. Oggi diremmo nessuno. Tutti credono di servire a qualcosa e che il tempo li ripagherà dei loro servigi, magari per il solo fatto che il proprio nome comparirà in qualche lapide antologica. E così s’illudono di poter aggiungere qualcosa di nuovo al sapere, gli tendono agguati, senza il benché minimo sospetto d’essere prede e non già predatori. Prede di un’insufficienza mentale e cardiaca, dove non si ha abbastanza cuore e immaginazione per ammettere il più grande insuccesso umano, quello di farsi portatori di verità. La verità del cielo e della terra, della parola e del silenzio, la verità di chi dice “in verità vi dico”. E su questa verità butto lì una massima: la verità è ciò che c’è di più falso e, viceversa, la falsità è ciò che c’è di più vero.

Vi invito a soffermarvi su questo periodo, perché di certo vi accorgerete che la sola vicinanza delle due parole rende la falsità nettamente superiore alla verità. E chiunque di voi proverà a ribaltare questa frase al fine di restituire più forza alla verità rispetto alla falsità, dovrà ammettere di uscirne sconfitto; infatti, solamente separando le due parole si restituirà verità alla verità e falsità alla falsità, così dicendo: la verità è ciò che c’è di più vero e, viceversa, la falsità è ciò che c’è di più falso. Ma, come s’è potuto notare, quando questi due piani s’incontrano e si cambiano di posto, la falsità ha un peso maggiore sulle nostre coscienze. Come a dire che siamo nati nella falsità al solo scopo di ricercare la verità. Così siamo tutti figli della falsità che, al contrario della verità, non ha bisogno d’essere cercata.

Dovremmo allora riconoscere e accettare questa falsa madre? Qualcosa ci dice di no. Ed è proprio in questa negazione che nasce il più lieto inganno dell’umano, nel perenne tentativo di cercare la propria vera madre, quella che, se mai v’è una vera madre, si cela ai suoi figli. Ma quale vera madre in natura è così crudele da non volere allevare i propri figli? La verità sembra esserlo. E una madre che non si cura dei suoi figli diventa qualcosa d’inutile come la verità.

Detto ciò mi vedo già accusato di sofismi, ma io ringrazio i miei accusatori dicendo con i sofisti che saggio è chi si lascia ingannare dalla parola; anzi, io mi lascio volentieri ingannare da tutto ciò che è inutile, inclusa la verità. Come posso, infatti, fare a meno di cercare in ogni momento quella vera madre, fosse anche solo per rimproverarle la sua inutilità che mi ha reso un essere al servizio della libertà, il che è come dire libero di non servire a nulla.

Si sarà dunque compreso come la libertà trovi la propria compiutezza nell’inutilità e nell’inutilizzabilità, perché quanto più un uomo è libero tanto maggiore sarà la sua inservibilità. Così la libertà è tanto più vera quanto più è inutile e, similmente, la verità è tanto più inutile quanto più è libera. Allora, ritornando sulla figura dell’autentico e comune scrittore, egli dovrà farsi guidare da questo lume d’inutile verità e libertà e, allo stesso modo del pazzo, dello storpio e del povero, giungerà a essere completamente inservibile per l’intera società al fine di farsi da essa servire; egli, infatti, in nome della propria originale inutilità è l’essere più emarginato dalla società e, dunque, veramente libero.

Serse Cardellini è nato a Pesaro nel 1976, dove vive. Poeta e filosofo, nel dicembre 2005 fonda l’Associazione Thauma Edizioni di cui è il Presidente. In ambito poetico ha pubblicato: L’Archipoeta (Edizioni OCD, 2007); Atlantide, Atlante della Terra del Poeta (Thauma Edizioni, 2008); Il mio Orfeo (Thauma Edizioni, 2010); Né giorno né notte (Greta Edizioni, 2011); Cantico lunatico (Thauma Edizioni, 2011); Vita morte e miracoli (Edizioni Forme Libere, 2011). Nell’anno 2010 ha curato per l’AMP (Accademia Mondiale della Poesia) della città di Verona, di cui è direttore letterario, l’antologia Poesia e Pace, che vede presenti le opere di sessanta poeti provenienti dai cinque continenti. Nel 2011, per il decennale dell’AMP, ha organizzato la Prima Fiera dell’Editoria Poetica Italiana.

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