Il peccato di pregare. Introduzione

Questo articolo è apparso su l’Estroverso il 18 Novembre 2013

Il “peccato di pregare” è una confessione attendibile, spontanea di ciò che è l’eventualità della vita. Nella poesia, nell’amore, nel peccato, nella preghiera: eccole le quattro direttrici che strutturano i versi dell’opera di Raffaele Gueli. Un’opera la cui assenza formale di liricità (quella liricità costruita, cercata, fasulla) è un aprire le mani al cielo gridando: “Sono qui!”. La cui assenza è una sfida della parola, della poesia in quanto arte generatrice, “prima preghiera” alla vita. Il titolo dell’opera “Il peccato di pregare” non è la scelta di trovare nell’apparente ossimoro concettuale una vana semiotica estetica; essa ne è l’idea fondante: l’idea conosce il motivo che la guida e la anima, disconoscendo il modo in cui arriverà a conoscersi. L’idea è che il peccato è già insito nella preghiera quando la si ricerca con instabile mania di appropriazione, in assenza di “preghiera”, quando non si sente la vita nei suoi motivi quotidiani. Il peccato di pregare è il risvolto della medaglia di una poesia priva di poesia; una poesia il cui intento non coincide più con la sua origine: il canto originario verso la divinità insita in noi. Una poesia privata è il peccato che il poeta commette a discapito della sua vocazione al cielo, all’unione: una poesia singolare la cui perdita in strutture formali ed edulcorate, diviene la parola, quella ostensiva, veicolo del messaggio che è non più l’idea, bensì veicolo del nulla, lo stesso a cui anche noi apparteniamo. Il peccato sarebbe arrendersi al nulla che sostiene la materia della vita. La preghiera è l’alzare le mani al cielo gridando la propria non-appartenza a questo nulla. Il peccato di pregare è la poesia artefice e vittima di questa perdita. La poesia è la preghiera che ricuce lo strappo, in sé insanabile. In tal senso e solo in questo senso universale la parola è già dispersione, perdita del sentimento nell’enunciazione della stessa, nell’enucleazione del concetto in cui poter ritrovare l’idea, in una forma già statica e morente. La preghiera ne è il recupero dalla dispersione in quel qualcosa di più grande che è la genesi della poesia; la poesia sarebbe dunque il ritorno alla parola dalla dispersione del messaggio a noi originariamente offerto “da orecchi e voci sconosciute”, per ri-fondersi in noi in un’estasi che è già preghiera. Se la vita non fosse questo sempre “eterno ritorno” il fulcro del nostro vivere diverrebbe il nulla-eterno che sovrasta l’idea generatrice di materia, e noi saremmo solo perle che luccicano in fondo al mare, nell’istante dell’albeggio e nulla più. Ed è forse  questo il significato del nostro esserci materialmente qui. Ma allora come si spiegherebbe l’amore, la preghiera, la poesia? Esse non sarebbero che illusioni e noi non saremmo altro che ombre. «I poeti sono ali di angeli / che al vento / perdono la loro sicurezza / e all’aria ferma / fuggono via / senza nemmeno chiedere perdono». Ma «il poeta è anche un angelo / che cade dal cielo / perché senza ali / e cammina per le strade della terra / convinto di miracoli / certo del paradiso / morto nel mistero».

Il cammino verso la preghiera è il cammino del poeta giunto alle porte in cui “il cielo incontra la terra” . Il cammino è sempre un ri-alzarsi, un essere memore della perdita a cui apparteniamo. E la preghiera è innanzitutto confessione. Ci sono “Peccati” e “Peccatucci” da assolvere dall’assillo della coscienza. Ombre del proprio esistere che tornano sempre a generare nuova vita, nuova linfa all’albero che noi siamo. E vi è un peccato, o meglio una coltre di peccato, che è il “Peccato Mortale”. Il peccato che ci unisce, che unisce l’umanità come un filo che si estende verso il cielo e di cui Hegel ne intuì la propagazione. Questo filo siamo noi, siamo l’umanità che continuando a peccare, a commettere lo stesso peccato, impara a pregare e a ricercare la Verità. Ci sono “Preghiere” che il nostro cuore riceve ricercando: centri inesauribili di vita che ci circondano ricordandoci chi siamo, da dove proveniamo, chi saremo. E ci sono inferni, “Alcuni Inferni” a cui la mente non sottrae il cuore, a cui il nostro cuore non sa rispondere. “E riposa in pace” il dolore, la perdita, il significato assunto in questa vita dalle perdite di ogni giorno. La vita che riaccende la fiamma, il dolore che partorisce. E poi “Il paradiso” e vi è “La vita”, il dono inequivocabile dell’Altro. Cosa sarebbe questa vita se non un “prendersi cura”, un amare totalmente…

La vicenda con cui viene scritta quest’opera non è solo una vicenda autobiografica. L’incrocio con altre vicende, “divine” e umane, fa di quest’opera un tendere verso l’universale. La comprensione non è affare di numeri ma di uomini che possano dirsi divini o solamente uomini figli di Dio, poco importa. Essi sono uniti dal destino inesorabile della morte e dal respiro profondo della vita. Il perdono, l’angoscia, la cura, il dolore sono tutti sintomi pro-attivi di questa vita; ed è in sé che hanno tutti un significato liberatorio. La vita è un donarsi all’altro senza aspettativa. Quest’opera è un omaggio e un messaggio verso la vita. Una vita che si riconosce è una vita aequo animo pati, un poeta che prega in questa vita scrive la sua vicenda con intimo coinvolgimento. Ed è a quest’opera così densa e complessa, liricamente assente, poeticamente alta, che ho dedicato la mia attenzione di curatore. Un’opera che è simbolo di poesia, una poesia presente e umile che ha come prospettiva l’altro. Una poesia che mi porta alla mente le parole di Robert Browning:

Perché siamo sulla Terra, se non per crescere?”

Parola”

Nel dialogo cieco

di un nottambulo

preambolo di giudizio

quando già i tetti

tetre culle

fanno della neve

mai così incerto – il dire

acqua che non sa benedire

 

il peccato

mette un punto

alla gola

e l’amore

se ne ritorna

non ora – per sempre

nelle pieghe

di piaghe di cose andate

di vaghe ottemperanze

alle leggi

affisse sugli sfregi

lontano i fregi delle speranze

di una tavola

che non comanda

e non indica

 

che indigna

e che spegne

 

quel sogno di fede

fedele alla parola

che mai più parla.

Un percorso che parte da un’acquisizione: la preghiera può divenire peccato quando è mera forma, non vissuta, non sentita. La poesia è preghiera che libera dal peccato di una giaculatoria bigotta per divenire ricerca, riflessione; è incontro della creatura con un Dio fatto uomo, fatto croce, sacrificio da accogliere nel proprio cuore, da ricordare in un dolore che, se evangelicamente elaborato, è catarsi verso la salvezza. Così le parole della biografia si intrecciano alla Parola, i chiodi ai dolori, in versi che sgorgano dal cuore e intarsiano la pagina.

Giovanni Notari

L’autore: Raffaele Gueli

Raffaele Gueli

Raffaele Gueli è nato a Ragusa nel 1984. Vive a Catania. Psicologo, Psicoterapeuta in formazione. Oltre a “Il Peccato di Pregare” ha pubblicato una raccolta autoprodotta dal titolo “Dolce Dolcissimo Vivere”. Di quest’ultima ne è stata messa in scena una rappresentazione teatrale. Vari i premi letterari in cui si è classificato tra i primi tre premiati. Alcune sue poesie in vernacolo sono presenti in varie antologie.

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