Dire sì alla vita. Parola glossolalica e potere in Artaud

I giorni a cui appartiene la perdita dei valori tradizionali – sono i nostri – aumenta la consequenziale disperazione che ci attanaglia i fianchi; ed il mondo, così come lo “abbiamo conosciuto”, forse volge al suo epilogo. È di questi giorni (a motivo che «nulla si crea e nulla si distrugge») il sorgere di un Mondo Nuovo nel quale i valori, trasvalutati, si affacciano all’orizzonte rinnovati, fonte di conoscenza e ardore. La verità è che ci ritroviamo al termine di un’epoca. Con essa non voglio intendere semplicemente una cospicua visione del mondo o un sistema politico che la rappresenti, né gli usi e i costumi che una data epoca porta con sé. Per epoca s’intende una linea di sviluppo, con tutte le sue probabili bisettrici, che partendo da un punto definito nello spazio e nel tempo ha dato vita alla nostra capacità di esistere. Per esistere s’intende la basilare esistenza di un ente, nella fattispecie individuabile attraverso il principium individuationis. Un’esistenza che è tutta intrisa di materia, ma che dalla materia rifugge per collimare nel cielo. Tale principio infatti potrebbe trarci in inganno facendoci pensare alla singolarità degli enti a discapito del tutto, ma non è così. Il principio generativo, originario della materia, potrebbe essere in vista di un’analisi alchemica, la serie completa dei simboli attraverso i quali la Grande Opera si realizza sul piano concreto e materiale. Un altro stadio rappresentativo del principio materiale è, in affinità all’alchimia, il teatro.

«Il teatro come l’alchimia, considerato in quella che è la sua più profonda radice, è legato a un certo numero di fondamenti, comuni a tutte le arti, che nel campo dell’immaginazione e dello spirito tendono a un’efficacia analoga a quella che, nel campo fisico, permette di produrre realmente oro» [Antonin Artaud, Il teatro alchimistico, in Il teatro e il suo doppio, Einaudi, p. 165]

Il teatro artaudiano pone le basi per un capovolgimento del linguaggio in cui il dialogo, il testo teatrale, non ha fondamento. In esso, nel teatro ancora tutto da esistere, la forma linguaggio esisterà solo in quanto base della corporalità, nella quale tutti i mezzi espressivi, nonché la parola collimeranno. Attraverso il linguaggio fisico, scevro da mentalismo l’attore si riapproprierà della materia dell’azione e della parola attraverso la scena, ed i mezzi e la scena stessa sembreranno plasmarsi attorno a questo alchemico rimescolarsi. Una verità, una parola, un linguaggio il cui esistere non è rintracciabile su questa terra, all’interno della materiale immanenza di principio a cui essa dà corpo; senonché, data la cospicua profondità che tale principio incarna, trovarlo affisso agli avamposti del cielo… Non dovremmo stupirci di tale risultanza poiché

«questo modo d’inchiodare il cielo nel cielo, e la terra sulla terra; queste case e questi territori del cielo che passano di mano in mano e di testa in testa, ciascuno di noi, qui, nella propria testa, ricomponendo a sua volta i propri dèi […] siamo noi, è la nostra Europa cristiana, è la Storia che l’ha fabbricata» [Antonin Artaud, La guerra dei princìpi, in Eliogabalo, Adelphi, pp. 51-52]

Voglio dire che esistere significherebbe rispettare le condizioni di esistenza dell’essere, le quali sono inscritte in una serie causale e/o caotica di possibilità, esplicate nel tempo e col tempo ed avente come spazio il corpo. Il corpo è la struttura primaria, il corpo è l’affermazione del principio. In tale presenza l’Essere si svolge e si compie, tralasciando ogni suppellettile e si oggettivizza, si ripete ogni volta, dando luogo a qualcosa di genericamente unico (Hegel). Ora mi si lasci il diletto della digressione. Questa eternità in cui la generatio si protrae indefinitamente, è la stessa morte che ritorna all’Essere, è il medesimo co-esistere e ripetizione della vita che allo stesso tempo in cui si genera, ci minaccia. Poiché a questo esistere unico, definito e finito si pone come ostacolo e compimento la morte. È il Dio-Morte che dobbiamo temere.

«L’assoluto non è un essere e non lo sarà mai perché non può esserlo senza crimine contro di me, cioè senza strappare a me un essere, che ha voluto un giorno essere dio mentre questo non è possibile, perché dio non può manifestarsi tutto in una volta, dato che egli si manifesta una quantità infinita di volte in tutte le volte dell’eternità nell’infinito delle volte e dell’eternità, e ciò dà luogo al perpetuo» [Antonin Artaud, Lettre de Rodez (ed. GLM) 1945]

In ciò avviene il ribaltamento dell’ordine del discorso, l’ordine plotiniano dell’Essere, l’ordine spirituale della Creazione. Come Nietzsche (nella Nascita della Tragedia) Artaud rifiuta di sussumere la Vita sotto l’Essere e inverte l’ordine della genealogia. Tale ribaltamento ridefinisce il chiasmo della creazione, anzi lo tramuta in una guerra perenne. Il passaggio alla forma concettuale avulsa da principio non altro è se non il decadere, oggettivante, della parola. Una parola che ha cessato di generare immagini, un linguaggio la cui forza pro-generativa non è più un mezzo d’espansione fisica dello spirituale, in cui i conflitti fra concreto e astratto sono tutti volti all’esaustività, in cui fa moneta quella pienezza d’essere che è “l’equivalente spirituale dell’oro”. Anche Nietzsche (in Verità e Menzogna in senso extramorale) ci ragguaglia sulla dubbia provenienza delle verità, sia in quanto illusioni a cui solo uno smemorato potrebbe credere, sia dal punto di vista del piano processuale, il quale fissa tali verità in maniera canonica. Ovviamente sono le convenzioni linguistiche, in quel rapporto fra potere e parola successivamente evidenziato da Michael Foucault, ad essere l’arbitrario stabilirsi di un tipo di potere. Vale a dire che esiste un potere, o una somma di poteri (tanto sul piano giuridico, quanto in quello medico, filosofico e religioso) che condizionano le verità acquisite, vincolandole a determini standard di oggettività; i quali in ultima analisi, una volta dimentichi del processo argomentativo dal quale sono emersi, divengono “un cimitero dello spirito”. Il linguaggio non sarà più performativo, primitivo in quanto creazione genealogica di enunciati che daranno forma a idee e concetti, ma saranno al contrario quest’ultimi, una volta stabilitisi, a direzionare e definire l’emergere di enunciati possibili. Ovviamente, sarebbe interessante capire, sulle linee già tracciate da Foucault perché e sopratutto cosa questi enunciati pongono in sé. Il linguaggio e l’uso che se ne fa determinano il significato. Allo stesso modo il significato co-determina il linguaggio attraverso l’uso. L’uso è la matrice del linguaggio e del significato (Wittgenstein). Ma il significato è qualcosa che può porsi solo in nuce in un’esperienza individuale dell’oggetto significante, in relazione maggiore alla propria corporalità che respira, che sente tale esperienza farsi strada attraverso i meandri del proprio corpo. Il corpo senza organi, la pulsazione cellulare, il pesa-nervi. Sono tutte strutture dell’uomo, e non solo di quell’uomo al quale questo sentire non è alieno, che ci riconducono alla forma oggettivante della perdita, in seno alla quale, dopo l’Essere e dopo Dio, ritroviamo quell’antico sentore di vitalità.

La Dialettica è il movimento attraverso cui il dispendio è recuperato nella presenza; «è l’economia della ripetizione» [Jacques Derrida, Prefazione a Il teatro e il suo doppio, ivi, p. ⅩⅩⅨ]. In tale negatività la ripetizione riassume nel presente il passato di una verità, raggiunta e sofferta attraverso l’esperienza del corpo (il corpo che conosce, il corpo che capisce) e la sublima come idealità, recuperandola. Tale recupero, tale arresa al momento posteriore del corpo che conosce, è il movimento distendente della Vita, non altro se non il movimento in cui la vita distesa ha valore di conoscenza disincarnata, momento dell’apoteosi teoretica a scapito dell’esperienza cosciente. Questi sono mondi di cui le nostre menti, se non succubi, potrebbero in ultima analisi essere quantomeno dipendenti.

Lungo il secolo scorso abbiamo assistito al cambio di rotta. Il metodo descrittivo delle scienze, l’apoteosi della persona politica, la riduzione dell’estetica alla formula “l’arte per l’arte” vollero essere forme reazionarie a tale “manovra”, fino a totalizzarsi in forme come il Fascismo. A queste riprese autoritarie filosofi e poeti, pittori e teatranti, cantori di un’epoca nuova hanno risposto spazzando via le convinzioni su cui sedimentano le nostre stesse ca(u)se. Tutto quello che riguarda il vecchio mondo ha, in maniera del tutto analoga al nostro essere, dato l’avvio a tale rivoluzione. Tutto ciò che conosciamo e che ci trasmettiamo segue il principio imitativo, che sappiamo facente parte della Natura, intesa come Madre. Abbiamo avuto nei confronti di noi stessi un occhio così acuto nell’osservarci da perdere il punto della questione: non ciò che ci rende divini, ma ciò che ci rende umani.

La Fine del mondo che s’auspica è una questione di ineluttabile necessità; un mondo che giunge al suo termine ha valore di questione storica. E non si tratta di Storia come la conosciamo, di questione inscritta nella storia del genere umano (semmai per il genere umano), né di un rinnovamento delle antiche opinioni all’interno di un contesto storicamente nuovo. È una questione storica in senso radicale e assoluto. Perché rappresenta il limite della rappresentazione.

«L’arte non è l’imitazione della vita, ma la vita è l’imitazione di un principio trascendente col quale l’arte ci rimette in comunicazione» [Antonin Artaud, Ⅳ p. 310, cit. da Jacques Derrida in Prefazione a Il teatro e il suo doppio, Einaudi, p. Ⅹ]

In parole povere, è essendo uomini, cioè essendo vivi, che ci riconnettiamo al quel principio (divino sui generis) di cui la Natura, la Vita e la nostra esistenza (con tutto quel carico di conoscenze ed esperienze che ci portiamo dietro) non è altro che l’imitazione. Il significato della parola in quanto primis della rappresentazione avrebbe non tanto il valore di convenzione che gli attribuiamo, con tutti i sostrati comunicativi e concettuali, bensì sarebbe una «rappresentazione originaria […] di un ambiente a più dimensioni, esperienza produttrice del suo proprio spazio. Spaziatura» [Jacques Derrida, Prefazione a Il teatro e il suo doppio, Einaudi, p. ⅩⅤ]. La parola, il suo significato non convenzionale, la nascita stessa della parola poetica come matrice di ricerca non solo personale, ma universale di significanti, ha un valore storico, genealogico, e va ad inscriversi non tanto nel bagaglio culturale di cui in parte andiamo tanto fieri, quanto piuttosto nell’apoteosi del momento intuitivo della conoscenza. Momento che come sappiamo si rinnova sempre: dall’Heureka di Archimede alla scoperta della relatività di Einstein. La parola esprime qualcosa che intuitivamente si è formato in noi partendo da noi, una disposizione verso le cose e non per le cose, un atteggiamento metafisico in cui la parola è il connettivo verso tutto un sistema extra-linguistico che ci dà la matrice dell’essere. Una soluzione matematica al problema: la parola risulterebbe l’a priori storico della conoscenza. Scritto «del corpo per il corpo con il corpo dal corpo fino al corpo» [Antonin Artaud, Interiezioni, in Suppôts et suppliciations, Einaudi p. 175]. Un linguaggio quello artaudiano in cui confluisce la parola viva, non già la mimesis – l’imitatio della forma intellettuale – ma quel «Sì alla Vita», quella spinta «psico-lubrica» verso l’Indefinito, quel non voltarsi mai (poiché il principio non è distante ma è in sé, in sé vissuto, in sé dimenticato) fonte inesauribile di creatività, di fantasia, di volere, di potere. La funzione glossolalica della parola, situata da Artaud a partire dall’esperienza del manicomio rappresenta il tentativo, in parte meta-linguistico, in parte germinativo della stessa, di presentare la genealogia della parola all’interno di un significato ancora da livellare, da concettualizzare. Il glosso è il germe protoconcettuale e meta-intuitivo della parola, è la formazione alchemica-simbolica dell’enunciazione, è il principio stesso dell’analogia e della metafora, su cui sedimenta la nostra Storia, la nostra ontologia (Heidegger) e la nostra stessa Vita.

Ricordo in ultima analisi Foucault e la sua speculazione sul potere e la verità: ogni parola è convenzionale e connettiva, ma la vera parola, quella nuova, è ancora tutta da creare. Da qui il proprio significato: un potere costante e incrementato, albero dell’eterno divenire nonché frutto del genere umano. Un potere in continua volontà di potenza.

Concludo con un immagine che all’interno della compagine del teatro artaudiano definirei poetica. L’immagine ritrae un uomo poggiato ai piedi del proprio letto framezzo a scartoffie, schizzi, bozze, scarabocchi e appunti che, alla ricerca di quella parola nucleica, priva di organon, in uno stato «al di là della coscienza e al di là dell’Essere», cerca di trarre dal nulla che paventa una parola, la sola, che possa dischiudere le porte alla luce immensa, l’oro spirituale… il quale alberga in seno all’oscurità più profonda. L’immagine ritrae Antonin Artaud che, sorpreso dalla morte il 3 Marzo 1948, ha ancorato al suo corpo quel gesto profondo e antico di ricerca. Una danza che ironicamente lo condurrà per sempre, non tanto verso la morte, ma verso quello strato vitale in cui tale parola alberga.

Nota: Vorrei aggiungere che l’apparato glossolalico in Artaud presenta l’appropriazione delle principali funzioni linguistiche della lingua: la genealogia della parola, il suo senso ancora non convenzionale ma totalmente intuitivo, il principio di enunciazione e accentazione. Non tanto quindi una parola nuova, ma uno sviluppo, le cui possibilità di attualizzazione sono indefinite (cioè illimitate ma circoscritte all’interno di un campo proto-concettuale, meta-intuitivo.

paologulfi.wordpress.com

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