Elezioni ARS 2012: il mio impegno, e il vostro!

È da circa un mese che se ne parla e sicuramente da molto più tempo;  il che è rintracciabile innanzitutto dal fallimento e dal successivo ritiro della politica di Lombardo. Oggi come oggi la situazione in Sicilia è più tragica che mai, essendo nel panorama italiano una realtà regionale che dal 2008 in poi (se non prima nella vecchia politica di Cuffaro & CO.) ha avuto solamente perdite incidendo sulla vita quotidiana dei siciliani. Sempre quest’anno abbiamo avuto l’occasione di vedere come lo scontento siciliano insorto coi il Movimento dei Forconi abbia avvalorato tale disagio che è rintracciabile in ogni compagine generazionale. Incrociare le dita sperando che le cose si risolvano da sé sarebbe quantomeno auspicabile ma, è una cosa certa, imprevedibile. La vecchia politica siciliana che ha sperperato innumerevoli risorse statali e regionali, la sua compagine politica più “proba” così come il sistema dei grandi partiti sono in ultima analisi colpevoli senonché complici di tale delitto perpetrato a danno del popolo siciliano. Qui dovremmo fermarci un attimo, analizzando quanto detto: il popolo siciliano. Una vecchia canzone in dialetto diceva che la Sicilia ha un padrone ed è giusto chiedersi se questo padrone nel frattempo non abbia avuto figli coi quali spartirsi la nostra terra. Una politica che ha razziato la nostra terra in lungo e in largo e che di tale aberrazione abbiano prove ineguagliabili in Europa. Dapprima la perdita e lo smantellamento di quello che dovrebbe essere il nostro orgoglio di siciliani: il patrimonio culturale e artistico che abbiamo conservato nei secoli. La Sicilia ha il 10% del patrimonio culturale italiano ed il 30% dei beni archeologici. Nel 2008 i siti siciliani vantavano 4,5 milioni di visitatori ed i musei hanno incassato 14 milioni di euro. Negli ultimi tre anni abbiamo perso un milione e mezzo di visitatori e due milioni di incassi. Dei 55 siti siciliani solo 8 hanno avuto la maggior parte delle visite, con il 75% dei visitatori. In Sicilia manca una legislazione regionale sui musei locali, e solo una minima parte ha attivato percorsi culturali atti a soddisfare le richieste di un pubblico sempre interessato alla Sicilia. Assistiamo inoltre ad un arbitrario squilibrio tra l’attività e la spesa dei vari teatri pubblici siciliani. Alcune realtà locali sono insorte a tale sfacelo, costituendosi autonomamente e lavorando attraverso le proprie forze hanno dato vita ad una intensa programmazione di respiro nazionale e internazionale. Fra i primi che voglio citare Il Teatro Coppola di Catania. Ora vorrei fare capire che questi numeri sono importanti. La Cultura in Sicilia potrebbe essere un altro pane così come lo sono stati da sempre l’agricoltura e la manifattura artigianale. Abbiamo bisogno di dare respiro a queste possibilità non mai interamente fruttate auspicando una politica culturale che si faccia carico di un tale gravoso aspetto. Sappiamo tutti quanto sia difficoltoso scrostare il vecchio marciume che attanaglia gli organismi pubblici e gli Enti regionali, penalizzando le attività e le risorse. Un altro esempio di mal politica si presta quando si parla di un altro patrimonio meno ricco di quello artistico/culturale che sarebbe il patrimonio naturale siciliano. In Sicilia abbiamo quattro parchi regionali (Etna, Alcantare, Madonie, Nebrodi) per circa 190 mila ettari; sei aree marine protette nazionali (Egadi, Pelagie, Plemmirio, Capo Gallo, Ustica, Ciclopi) per quasi 80 mila ettari, oltre un centinaio di riserve naturali regionali. A tali strutture manca innanzitutto un sistema di organizzazione che le rende collaborative e che intersechi i vari percorsi naturali e geologici. Non solo manca innanzitutto un regime normativo di gestione esteso al territorio in grado di promuovere e incentivare il turismo e sopratutto la comunità locale ad un utilizzo consapevole delle risorse. Senza dimenticare, ed è oneroso ricordarlo, che il Parco degli Iblei non ha avuto ancora una piena attuazione. Nella relazione annuale sull’economia siciliana presentata dalla Banca d’Italia a Palermo quest’anno è stato sottolineato come sia il turismo a salvare l’economia siciliana. In Sicilia però i turisti non fanno che diminuire e tale dato lo riscontriamo dallo scontento che emerso da uno studio sottoposto a 12.000 turisti i quali considerano la Sicilia una meta attrattiva ma che a scapito di una mal politica ha perso 1,5 milioni di turisti. Il guaio sarebbe il gravoso rapporto qualità-prezzo constatato nei costi per i trasporti e nell’inadeguatezza dell’accoglienza. Un punto a cui, mi duole ammetterlo, dovremmo essere tutti indignati, è il campo delle risorse energetiche e delle energie rinnovabili. La Sicilia è stata, in base ai riscontri nazionali, la regione con maggiori investimenti privati nel campo del fotovoltaico e dell’eolico. È di fatto che a moltissimi sistemi eolici sono fermi per l’indisponibilità della linea a ricevere grandi quantità di energia, a cui lo Stato versa ugualmente gli incentivi ad una produzione che non esiste. A questo scempio si accosta il problema dei rifiuti in Sicilia che insieme ad altri disastri accaduti in altre regioni e in città come Napoli, è costato all’Italia una multa di 56 milioni di euro da parte della Commissione Europea. La causa sarebbe il continuo e spropositato uso delle discariche a cielo aperto, che noi della provincia commissariata di Ragusa, dovremmo essere sensibili. In Sicilia solo da qualche mese è stato attuato il Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti. Questo piano si avvale dell’elemento della territorialità stretta, vale a dire la costituzione di ambiti territoriali piccoli e autosufficienti, in grado di gestire e chiudere al loro interno il ciclo integrato senza ricorrere ad impianti e discariche esterne. Fino ad oggi tali strutture sono 27 società d’ambito le quali, invece di raggiungere gli obbiettivi prefissati, si sono rilevate come strutture di potere e di sottogoverno, utile al consenso politico ed alla utenza elettorale senza risolvere il problema dei rifiuti in Sicilia. In quanto chiaramontano di nascita avente a cuore l’economia del mio paese non posso sorvolare su un altro “dramma” della Sicilia. Negli ultimi cinque anni l’agricoltura siciliana ha perso 50 mila aziende. Un pro-capite di circa 800 milioni di euro per l’intero comparto. Le leggi autonomiste e beffarde di risanamento hanno arricchito i pochi ma non hanno dato nessun credito né vantaggio alle aziende siciliane. Nonostante questo sono ancora 230 mila le aziende che operano in Sicilia. Manca per di più una politica commerciale locale di acquisto del prodotto. Il disavanzo della bilancia agroalimentare (cioè la differenza tra i prodotti agricoli che vendiamo fuori dalla Sicilia e quelli che acquistiamo per i consumi primari delle famiglie) è di circa 9 miliardi di euro, vale a dire 1,5 volte il deficit del bilancio regionale. In Sicilia l’agricoltura dovrebbe essere ed è il primo pane e noi in quanto chiaramontani siamo in grado di capire quanto fondamentale sia questa verità.

Come vedete sono molti i problemi che affliggono la nostra amata terra siciliana. Alcuni vorrebbero risolverli appellandosi alla vecchia politica che ha distrutto in lungo e largo questa nostra bellissima terra, altri vorrebbero dare una schiaffo alla vecchia politica attraverso il voto al Movimento 5 Stelle o partecipando al voto candidando il Movimento dei Forconi. Io sono consapevole che la vecchia politica debba essere abolita e ad essa venga sostituita una politica nuova, affrancata dai vecchi sistemi corrotti e dal controllo degli affari pubblici. Non credo neppure che tale risposta venga data dall’avanzata “nuovissima” della Sinistra crocettiana. Pongo il quesito, chiedendo se si debba per forza scegliere fra i due estremi dove il primo risieda nella vecchia compagine politica, e che dio me ne voglia, come diceva il vecchio Gaber non vi è differenza tra destra e sinistra; e dall’altro scegliendo un movimento di “protesta” il quale fresco di non-politica dovrebbe innovare e rinnovare il parlamento siciliano. Io credo innanzitutto che fare il politico sia pure un mestiere, e per farlo si debbano conoscere le leggi e si debbano saperle applicare. Non credo che tali movimenti sia atti a presiedere il parlamento siciliano. Dall’altro canto non credo neppure che un’avanzata “genuina” della vecchia politica sia adeguata. Credo che abbiamo bisogno di uomini che fanno politica da diversi anni e che sanno come farlo e che, per di più, sono sempre stati dall’altra parte non immischiandosi in affari che rasentano la corruzione. Parlo della candidatura di Giovanna Marano per Claudio Fava Presidente. Parte di quello che ho scritto è stato preso dal programma elettorale della compagine politica che appoggia e candida Giovanna Marano e Claudio Fava alle amministrative politiche di quest’anno. Io credo in una Sicilia differente, se anche voi ci credete visitate il sito www.liberasicilia2012.it e scopritene il programma politico, le novità, le prospettive. In un tempo in cui tutto sembra cedere bisogna tenersi ancorati ancor di più a ciò che si crede vero e pulito per rimanere liberi di partecipare e di esserci.

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