Naturalizzare la fenomenologia. Un esperimento neurofenomenologico

Personalmente, credo sia molto più interessante fenomenologizzare le neuroscienze cognitive che naturalizzare la fenomenologia. Utilizzare cioè vari aspetti della riflessione fenomenologica sul corpo vivo e sul ruolo da esso giocato nella costruzione della nostra realtà intersoggettiva[1].


Senza voler entrare nel merito di un dibattito che tutt’oggi è uno dei più proficui e accesi, l’intento che mi propongo in questa discussione è delineare brevemente la proposta fenomenologica sulle neuroscienze. Com’è ben noto, nonostante già Edmund Husserl avesse introdotto il metodo fenomenologico come alternativa non naturalista allo studio della coscienza, metodo assunto a diventare una vera e propria condizione sine qua non (a priori) del “fare scienza”, solo da qualche tempo si è fatta strada, nell’ambito degli studi sul mentale, la possibilità di un “incontro” tra la fenomenologia husserliana e la sperimentazio neneuroscientifica, la quale ha preso il nome di “neurofenomenologia”. L’idea chiave è quella secondo cui per studiare la coscienza e la cognizione, sia gli scienziati empirici che i soggetti sperimentali devono ricevere un certo grado di addestramento al metodo fenomenologico e proprio in ciò consta il programma elaborato da Francisco Varela e dai suoi colleghi. Un approccio che comporta che i soggetti sperimentali vengano addestrati a questo metodo può sembrare, in un primo momento, metodologicamente impraticabile, tuttavia occorre ricordare che spesso gli scienziati sperimentali, per fare esperimenti, trascorrono una buona parte del loro tempo ad addestrare scimpanzè e macachi a fare compiti sperimentali.Sarebbe davvero molto più difficile addestrare esseri umani al metodo fenomenologico? In ogni caso, Lutz e colleghi (2002) si sono cimentati e hanno mostrato che la cosa è fattibile. Diamo, quindi, uno sguardo al loro lavoro, che è un caso esemplare di neurofenomenologia, in quanto combina i tre elementi di cui si è appena fatto menzione: la fenomenologia, la teoria dei sistemi dinamici e la scienza sperimentale del cervello[2].

Nell’esperimento citato Lutz e colleghi (2002) mostrano come il problema dei cosiddetti“parametri soggettivi” – eventuali distrazioni dei soggetti sperimentali difficilmente controllabili e che vengono solitamente neutralizzati o ignorati tramite un rimedio che ottiene la media dei risultati su una serie di prove – sia affrontabile tramite l’approccio neurofenomenologico. In numerose situazioni di test sperimentale, aventi come target compiti cognitivi precisi, l’attività del cervello associata con le risposte successive a stimolazioni ripetute ed identiche, registrata, ad esempio dall’EEG[3], è estremamente variabile[4]. Secondo Lutz e colleghi (2002) il problema sopra citato della “variabilità”, dipendente dai parametri soggettivi, può essere effettivamente risolto seguendo un approccio neurofenomenologico, capace di combinare i dati in prima persona con le analisi dinamiche dei processi neurali per studiare soggetti esposti a illusioni percettive tridimensionali. I dati in prima persona non sono stati usati come dati ulteriori per l’analisi, ma come tali da offrire un principio analitico di organizzazione. Nelle prove preliminari, Lutz e colleghi somministrarono ai soggetti degli stimoli visivi e chiesero loro di riferire quali dettagli si manifestavano in tali stimoli. I soggetti erano stati fenomenologicamente addestrati a sviluppare le loro descrizioni dei parametri soggettivi (distrazioni; ecc.) che si presentavano durante l’esecuzione del compito. Il linguaggio fu formalizzato e, quindi, utilizzato nelle prove sperimentali principali. Nella maggior parte delle prove, i resoconti dei parametri soggettivi vennero messi in correlazione con i tempi di reazione delle risposte, così come con la misura elettroencefalografica dell’attività del cervello. Per essere chiari, […] si trattò di allenare i soggetti a usare l’epoché e a fornire resoconti della loro esperienza che fossero non contraddittori e chiari. Specificatamente, Varela (1996) ha identificato tre passaggi […]: 1) sospendere credenze o teorie circa l’esperienza (l’epoché); 2) prendere confidenza con il dominio di indagine (descrizione focalizzata); 3) offrire descrizioni e usare l’approvazione intersoggettiva (corroborazione intersoggettiva)[5].

Nelle sperimentazioni l’epoché fenomenologica può essere autoindotta in quei soggetti che hanno familiarità con essa, o essere guidata dallo sperimentatore attraverso domande aperte. Ciò fa sì che il soggetto sia precedentemente coinvolto con la sperimentazione e che, attraverso l’indirizzamento della propria attenzione, possa essere esposto allo stimolo finché non trova «le proprie invarianti esperienzali stabili»[6]. In questo modo si può affermare che il protocollo esperienziale usato in Lutz e colleghi (2002) ha impiegato una forma di riduzione fenomenologica. […] Gli sperimentatori mostrarono che differenti parametri soggettivi, descritti nei resoconti fenomenologici dei soggetti sotto addestramento, si correlano ai diversi profili neurali dinamici già prima della presentazione dello stimolo, e che quindi questi profili dinamici condizionano in maniera diversa la risposta comportamentale e neurale allo stimolo[7].Vi sarebbe poi un altro modo di fenomenologizzare le scienze sperimentali, ossia lafenomenologia incorporata nella progettazione dell’esperimento” (front-loading phenomenology)[8]. Non porterò avanti questo punto, poiché il mio intento era quello di presentare sperimentalmente la fenomenologia come metodo ed ausilio dell’esperimento neuroscientifico nei termini enunciati dallo stessa Varela[9]. In ogni caso è possibile consultare Gallagher (2003)[10].

Riferimenti Bibliografici:

F. Varela, Neurofenomenologia in M. Cappuccio (a cura di), Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 65-93.

S. Gallagher, D. Zahavi, La mente fenomenologica, Filosofia della mente e scienze

cognitive, tr. it. di P. Pedrini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, Titolo originale:The

Phenomenological Mind, di Shaun Gallagher e Dan Zahavi, 2008.

V. Gallese, Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia, Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, in Massimo Cappuccio (a cura di), Bruno Mondadori, Milano 2006, p. 294-326.

A. Lutz, “Toward a neurophenomenology as a account of generative passages: A first empirical case study”. In Phenomenology and the Cognitive Science, 2002, 1, pp. 133-167.

E. Thompson, Mind in Life: Biology, Phenomenology and the Science of Mind, Harvard University Press, Cambridge, MA.

[1] V.Gallese, Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia, cit., p. 294. Corsivo mio.

[2] S. Gallagher, D. Zahavi, La mente fenomenologica, cit., pp. 55-56. Per una spiegazione maggiormente elaborata vedi anche Thompson (2007).

[3] Sigla con cui si intende l’elettroencefalogramma.

[4] Ivi, p. 56.

[5] Ivi, pp. 56-57. Per una maggiore chiarezza dell’esperimento rimando a S. Gallagher, D. Zahavi, La mente fenomenologica, Un esperimento neurofenomenologico, cit., pp. 58-61.

[6] Ivi, p. 58.

[7] Ivi, pp. 61-62.

[8] Ivi, p. 62.

[9] F. Varela, Neurofenomenologia in M. Cappuccio (a cura di), Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 65-93.

[10] Ivi, pp. 62- 67.

paologulfi.wordpress.com

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