Luciano nel “quattiere” delle lepri

Luciano è un ragazzo siciliano che si dedica anima e corpo alla sua terra, la Sicilia e che ogni giorno combatte contro il veleno che attanaglia la sua città, Catania. Luciano Bruno (nella foto) librino-luciano-bruno-L-6Y17Deè un giornalista, uno scrittore, un poeta di strada, un combattente che attraverso la sua arte e le sue parole non ha mai smesso di raccontare ciò che succede dentro le mura del suo “quattiere” Librino: spaccio di droga, furti ed atti intimidatori nei confronti degli abitanti e dei commercianti del quartiere catanese sono lo scenario quotidiano di una realtà ai limiti della città. Ma Librino non è solo questo.

A Librino sono attive molte associazioni come Talità Kum che si battono per difendere la legalità, per dare ai ragazzi un’educazione, uno sport, una speranza, una via d’uscita. Artefice promotore di tale rinascita è stato Antonio Presti di Fondazione Fiumare d’Arte, che attraverso la sua opera è riuscito ad infondere coraggio e luce a questa città.

Ed è coraggio quello che vediamo negli occhi di Luciano Bruno.

Sabato mattina scorso Luciano stava scattando alcune foto ad uno dei simboli del degrado, il palazzo di cemento (foto), muro spettrale in cui sono concentrate la maggior parte delle illegalità del quartiere catanese. palazzo_cemento_librino Luciano stava svolgendo un’inchiesta per il quotidiano on-line I Siciliani Giovani, per il quale ha pubblicato più volte articoli sulla drammatica situazione di questo quartiere abbandonato alla mafia.
Intorno alle 10.30 è stato circondato da sei uomini che lo hanno pestato e minacciato con un arma. Gli hanno rotto un dente, gli hanno fatto i nomi dei suoi parenti, su cui sembravano essere ben informati.

La storia di Luciano non finisce qui e neppure il suo coraggio. L’indomani Luciano ha denunciato l’accaduto su Facebook. Il direttore della webzine “I Siciliani” Riccardo Orioles, storico collaboratore di Pippo Fava, ha lanciato un appello su Il Fatto Quotidiano. “Non lasciamo solo Luciano Bruno e la drammatica realtà di Librino…” queste le sue parole.

Luciano non è solo, e non lo sarà. Il Sindaco di Catania Enzo Bianco ha espresso massima solidarietà a lui e alla sua famiglia aggiungendo che “la prima linea di questa battaglia è proprio in quelle periferie che vanno attentamente presidiate”. Anche la CGIL di Catania esprime la sua solidarietà, sottolineando quanto ancora in questa città ci sia una parte buona. Questa è la stessa opinione di Rosario D’Agata, assessore alla Legalità con delega anche al quartiere di Librino, il quale ha sottolineato come “questo episodio non deve far sì che si pensi a Librino come a un ghetto dominato dalla mafia: qui vivono migliaia e migliaia di catanesi onesti che si trovano, anzi, in grande difficoltà.”

Luciano questo lo sa bene. Il motivo fondamentale della sua opera di giornalista, scrittore e artista sta proprio in questo. Librino è un quartiere che vuole risorgere e che non vuole arrendersi alla Mafia. Che non sia più il “quattiere” dello spaccio e della malavita.
Che non sia più quella campagna rimpinguata di conigli e lepri per motivi venatori come la caccia, ciò che fu prima di divenire la più grande opera di urbanizzazione della Sicilia sud-orientale. Vuole ritrovare il suo spirito di cittadinanza attraverso l’arte, la parola e la collaborazione. Per questo Luciano scrive ed opera e in questo siamo con lui.

LIBRINO monologo teatrale con Luciano Bruno

LIBRINO (con LUCIANO BRUNO – regia ORAZIO CONDORELLI – sceneggiatura GIUSEPPE SCATA’). Luciano Bruno, grinta da vendere, ha sconvolto il pubblico con il suo racconto di vita vissuta, da bambino del vecchio Librino, borgo di campagna ricco di acqua e colture di ogni tipo, ad adolescente e poi adulto nel quartiere sconvolto dal cemento e dalla incoscienza della politica locale, capace di mettere su in pochi anni un mostruoso quartiere ghetto di 70.000 abitanti, senza allacci fognari e spazi per i bambini. Ma i veri protagonisti dello spettacolo sono stati gli adolescenti impersonati da Luciano Bruno, attore per caso; personaggi di un ingiusto destino che ha impedito loro, perché nati a Librino, di tirare quattro calci a un pallone e di crescere come ciascun cittadino di un paese civile si merita: “Alla fine quell’anno”, chiude Luciano Bruno davanti alle luci della ribalta, “non potemmo giocare nemmeno una partita, né potremo farla adesso perché ciascuno dei miei amici ha preso la sua strada, ma soprattutto perché tutto quello che è successo, Kenzo Tange, la vecchia Dc, la mafia, l’ho pianta io sulla mia pelle e così tutti quelli come me”. Qui la porta, indicata da un quadrato luminoso, viene spenta e resta sul palco la rabbia, sola e nuda, di Luciano Bruno.

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