Pensieri nefasti #1 – Ritratto del Fuoco

Ricordo ancora da bambino lo svolgersi di un incendio spaventoso, scoppiato nel giardino sotto casa nostra, alle fondamenta; ricordo ancora la forza d’impatto di quella massa di fuoco immensa che con le sue lingue dorate tangeva i lembi del cielo cristallino: io mi sentivo come sospeso in quel fuoco senza legge né ordine – bruciava l’atmosfera riducendola in cenere, lo ricordi?

Ricordo ancora quel grande rito propiziatorio a cui mi volsi intento a bagnarmi di nuova luce, bruciante anch’io con esso, mi sentivo spaesato fra i fulcri tenebrosi del mio pensiero oscurato. Poiché ad ardere non era sola la steppa che ne bruciava sotto; ciò che fu in fiamme in maniera sempre viva e intensa, più vigorosa, era la mia anima; di cui il fuoco fu la congiunzione mistica ed astrale: uno strano caso di comunione naturale, in cui il divino immanente nelle cose si fece il fuoco ardente di quella natura sprigionata nelle fiamme, e la mia anima, questo povero infante reso orfano, l’agnello sacrificale… Ed io fui come Abramo ed Isacco allo stesso tempo.

Fu da quella torsione del corpo e dell’anima che per la prima volta prese alito in me lo spirito: quella spasmodica ricerca di identità col divino che è la traccia di uno spasmo, di una frattura indelebile, di una ferita esangue. Poiché ciò – e fu da questo che capì, da “quel” principio –  mi rese cosciente di un fatto: tutto ciò che mi avevano insegnato in materia di religione e divinità era solo un abbaglio. Il calore di quel fuoco aveva reso evidente ciò che finora era rimasto sopito, nascosto, e così tutto a un tratto, spariva di colpo questa anomalia del sentimento, come cancellata da una spugna bagnata (ma forse bisognerebbe dire come fa il fuoco in questo caso) resa cenere.

Capii, come d’un tratto sorge una certezza ferma e inenarrabile, capì che non vi è nessun dio immateriale che tutto congiunge nella fede e nella pietà del buon cristiano, no! Capii che vi è un immenso agglomerato di forze immani di cui la natura, nella sua violenza e crudeltà straordinarie, non è che la trasfigurazione materiale. Capii che quel dio posto a sigillo dell’inconoscibile ed a cui l’asceta rivolge il proprio impoverimento corporale come indice e struttura di una conversione della materia nello spirito, da cui attinge materialmente ogni conflagrazione atomica di corpi; questo dio, questo principio immobile e pietoso ridestato in un cupo sonno di beatitudine, è bensì un grondare sempre attivo di forze, un perenne stato di guerra nella guerra, un caos originario di cui tutto è emanazione, dell’Uno e del Due, del Doppio, della luce e dell’ombra, del maschile e del femminile; capii che questo dio reso sigillo di un bel niente se non della sua stessa inconoscibilità e di null’altro, questo dio perennemente guerrafondaio di princìpi in cui materia e spirito sono conflagrati e sempieterni, compenetrati nell’unità del Caos disordinato; questo dio primigenio che per i Semiti fu il fulcro d’azione di ogni crudeltà inumana, appunto non terreste, nefilimica, rettiliana; questo dio principio di ogni cosa, di cui questa consapevolezza non è che il richiamo a un vuoto nome, anche nella propria concrezione concettuale altamente astraizzante, questo dio non è che il fulcro di quella Volontà che tutto domina e sovrasta in un gioco di forze sempre attivo e mai cessante, non suggellata da nessuna stasi, che non sia l’esplosione culminante di cui il fuoco, questa forza prima che corrode la terra, che brucia l’aria e da cui l’acqua di tutto il mondo sembra attratta, questo fuoco appunto, materializzazione del divino originario, come mi si era presentato agli occhi, fu il segno riconoscibile del principio originario di ogni cosa.

Quel fuoco che tutto trasforma e alchemizza e di cui il corpo, il mio – come per la regola dell’alchimista è il proprio corpo – fu da quel momento in poi il centro della trasmigrazione di quella forza primordiale che trasforma i principi incarnati in qualcosa di tangibile come dal ferro l’oro, quell’oro spirituale della trasmutazione alchemica del principio originario che, da lì in poi, sarebbe stato il punto verticale a cui tendere per garantirsi un’ascensione metafisica verso i princìpi.

Tutto questo, si è ben chiari, non lo capì in quell’istante… Ricordo solo che mi misi a ballare, come un esaltato, come preso da un forsennamento… e cosa ho potuto avere se non 10 o 12 anni!?! Già sì, un forsennato!

Un piccolo indiano che nel bel mezzo della sua estasi mistica, solleva le polveri attorno al Grande Fuoco dei Padri ed a cui immola il suo inno alla vita nel momento in cui il pungolo della vita si fa più forte, più verace, più veritiero.

Ricordo ancora quel momento, mi si fa presente agli occhi… Vennero i pompieri, spensero il fuoco e si formò un gran vapore, una grande nube… Tutto l’incendio fu domato, scomparso. L’acqua aveva estinto quel grande fuoco, quella grande danza di fiamma aveva ballato il suo ultimo valzer… Saliva al cielo, adesso, trasfigurato in una forza aliena ma pur sempre tangibile. Lo vidi salire, come la anima oramai in fiamme, nebulizzata in un’aere da incendio.. Un fumo la trascinava con sé, presa com’era dalla smania della danza.. ed il mio spirito, da quel momento in poi, ne intraprese la ricerca. Adesso ricordi?

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Picture by Stanley Donwood

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