Pensieri nefasti #2 – Parerga sul defunto

Cosa mi si dirà di questo principio gravante che è la morte nella sua spettacolarizzazione presentificata del defunto? Che cosa mi si dirà di questa morte divenuta un concetto su cui rotea simbolicamente la porta per giungere all’oltre-vita?

Che cosa mi si dirà se da questo stesso concetto, altro non si può trarre che la trama infetta di una storia in cui il popolo, il genere umano nella sua fattispecie, si fa carico della morte, di questo principio ridotto ad un vuoto nome, ad un concetto svuotato della sua discendenza, del suo motivo: così come nelle feste patronali il ghermito regge lo stendardo, allora è allo stesso modo che, innalzando il corpo del defunto, intombato nella melodia di un organo ottocentesco che non hai smesso di suonare litanie di commiserazione, si avvera quest’atto surrettizio di elezione del defunto in cui l’uomo, teso a sorreggere con le proprie mani il concetto scarno della vita, attua materialmente una torsione della vita nella morte.

Che per la religione il principio vitale della morte è quella stessa morte incarnata nell’alterità della vita, dell’eterno istante sempre presente a sé stesso dilungato nell’arco di tempo in cui la vita si separa dalla morte, la vita eterna che giungerà con la fine dei tempi alla conflagrazione dell’Inizio.

Questo alfa e questo omega, questo continuo andirivieni del principio della vita e della morte, questa guerra di princìpi di cui la sepoltura non è che il momento scarnato di questa acquisizione di consapevolezza; questo alfa e omega, questa guerra, altro non è se non il momento in cui i viventi, ovvero i veri morti, cioè coloro che sanno dell’eventualità costante della morte, ovvero i vivi (poiché i vivi altro non sono che morti-che-camminano e di cui soltanto in pochi imparano a morire), innalzando i propri morti, erigono intorno al corpo trasmutato del defunto – trasmutato in quanto divenuto eterno, cioè reso vivido in forza di ciò che si contempla – il rito della sepoltura: questo corpo del defunto che è stato, secondo un’antica tecnica a cui gli Egizi furono iniziati, trasmutato in amuleto.

L’amuleto che ha la funzione in sé stesso e in coloro che se ne servono, per coloro che ergono il contenuto della trasmutazione verso il cielo ed anche contro – poiché è praticamente dall’affermazione della volontà dell’andare-contro che si è voluto separare il cielo dalla terra – per l’appunto, è a costoro che chiedo cosa ne ottengono se non il depositare all’interno del bianco sacrificale il nero della perdita e del lutto: lo stesso nero che dalla terra si intrufolerà all’interno del corpo come una trasmutazione alchemica di elementi in cui la vita, riappropriandosi della decadenza, lo rimette in circolo nel corpo della terra, dei vermi, degli insetti, delle radici degli alberi e poi della stessa morte che decorre ad ogni giro di Sole e Luna. Cos’altro?

L’erigere un corpo a barriera dello spirito, uno spirito che è eminentemente familiare e sociale, e poi personale, cos’altro non è quest’erigere se non un tracciare una linea mnemonica che ci riporta alla mente la percezione della vita da cui ci separeremo un giorno. Poco alla volta, questi uomini non seppellirono i loro morti all’origine del Tutto, il che vale a dire prima di questa guerra dei principi, ovvero prima che venne il tempo in cui si mangiarono le carni purificandosi nel loro sangue; questi corpi la cui carne ha registrato lo scorto del sacrificio di una perdita, e di cui la stessa perdita è strumento di registrazione della morte tesa a ricordare la vita del corpo, del defunto, del suo star sociale e familiare.

Tutto ciò, ripeto, si è fatto alieno nella riproduzione della morte e della sepoltura. Tutto ciò è dimentico di quella guerra di princìpi di cui la sepoltura ne è solo il compenso esteriore.

Questo scarto della liberazione che va a coincidere misticamente con l’assunzione in cielo, in ciò che la chiesa cattolica chiama la casa del padre, questo cielo altro non è se non un Mito la cui propagazione e seduzione nel rito pagano è la ricostruzione caduca di una dimenticanza di principio in cui il corpo venga eretto a simulacro-antidoto.

Questo continuo male che l’uomo primitivo dovette interpretare come magico sonno, Ipno, figlio di Erebo e del Caos è la stessa diminuzione di energia del corpo del morente ed altro parrebbe se non una costante diminuzione di energia del principio vitale e della volontà, della potenza costitutiva delle cose che giunge al suo essere materiale attraverso una concrezione di spirito e materia: diminuzione di energia fisica, di sangue, di ossa, di terra e di pietra, di simulacri impietriti bagnati da umori fetidi; questa energia fisica che costituisce il principio vitale di una scelta, di cui la sepoltura non è altro che un simbolo, questa scelta di voler erigere a compimento della vita, un atto di vitalizzazione del corpo morente, di cui le spoglie materialmente sono la raffigurazione fisica dell’amuleto sepolto nel punto in cui quel popolo erige un tempio di morte per difendersi dalla dimenticanza di una perdita e che hanno eretto soprattutto per non essere dimentichi della morte e per mettere attorno ad essa ghirlande di fiori, di crisalidi, di betulle e biancospini: cosa cioè per l’appunto se non ciò che più di ogni altra specie fra gli oggetti presenti può simboleggiare, come una contrazione del tempo nello spazio, e dello spazio nel tempo – dico – può simboleggiare la percezione originaria del ciclo di vita e morte, materialmente esposta allo stesso ciclo; questo erigere dunque diviene la metafora  dei templi della morte i quali vengono saltuariamente insigniti da questo simbolo di derivazione proto-alchemica che è il fiore. Questo sonno da cui non vi è risveglio.

Tutto questo, si può concludere, è il percorso genealogico che il tipo di rito meglio conosciuto come sepoltura traccia attraverso l’acquisizione prudentemente trasfigurata in un sonno di mongoli, di civette e di preti. Da cui fortunatamente esigerò che il mio corpo sia esposto all’eternità del fuoco. Da cui esigo il mio ritratto: la cenere!

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