La Fine del Potere

Si chiama “La Fine del Potere” il nuovo album de “Eildentroeilfuorieilbox84” gruppo romano hard-quore  che abbiamo ascoltato live al Circolo Lebowski di Ragusa. Il concerto è stata una vera perfomance teatrale ricca di momenti introspettivi ma soprattutto di quel modo di fare cabaret in musica tipico della nostra scena cantautoriale italiana degli anni ’80. Giorgio Rampone (voce, chiatarra, basso e synth), Giuseppe Maulucci (voce, basso, piano e synth) e Lorenzo Lemme (voce, batteria e percussioni) sanno fare del loro sound un incrocio incredibile di sonorità psicadeliche, progressive, elettropunk e newwave. Ma la cosa che sorprende di più in questi ragazzi è la straordinaria capacità di saper intessere un messaggio etico-politico di grande ampiezza (abolizione della proprietà privata, riforma agraria equa e mondiale, liberazione dal potere del denaro, rivolta popolare etc…) con la ricchezza del riso e della riflessione partecipativa. Una presa di coscienza che segue un percorso sempre pronto ad attivarsi. Una componente cabarettistica degna dei migliori performer.

Il disco è andato in rotazione su Radio 3 ed è possibile leggerne un sunto nelle pagine di Rolling Stones on-line, dove è possibile ascoltare l’album in streaming. Il progetto de Eildentroeilfuorieilbox84 non si limita alla semplice enunciazione di tali propositi ma all’attuazione attraverso l’esempio: il primo ed il più emblematico è la stesura dei loro primi due album attraverso la licenza Creative Common, surclassando i vecchi canali di ricezione e diffusione musicale. Quest’album è sicuramente un di più, ed il singolo “Proprietà” ne è un esempio lampante. A parte l’intrigante video visionabile su you-tube, che riprende la marcia degli Indignados a New York, è piacevole constatare quanto la lirica della canzone abbia una moltitudine di sensi rintracciabili in svariati contesti. Genuina ed efficace va oltre il semplice senso politico per ipercontestualizzarsi in molteplici ambiti. Si potrebbe per es. ascoltare il pezzo pensando ad una canzone d’amore. In verità questa operazione metalinguistica ci dà ancor di più il senso della canzone, essendo il titolo “Proprietà”: «Ipotizzo un mondo senza di te | mi fa bene immaginarlo senza di te». In tale andirivieni di immagini il senso si moltiplica e si evince attraverso un gioco di specchi grazie al quale la lirica si presta a molteplici usi, annullandone così il senso appropriato. In altre parole, de-contestualizzando il senso con cui si cerca di veicolare il messaggio della lirica, si ci ritrova di fronte un testo senza proprietà, libero di essere interpretato ogni volta ed in molteplici modi. Questo ci permette di capire il vero senso del singolo “Proprietà”: ogni qual volta si costituisce la proprietà di o per qualcuno/qualcosa si tracciano le possibilità per ricrearla, ricostituirla sullo stesso esempio. Questo gioco di specchi e il suo Doppio è rintracciabile in ogni track del disco, di cui il singolo ne è, se non il capostipite, il più vivo e vigoroso esempio.

Un altro accenno vorrei fare sulla componente climatica del disco. Esso segue un percorso di crescita e di presa di coscienza, dove i paesaggi urbani vengono sconfinati dagli orti dei davanzali cittadini e periferici, dove le scelte etiche ed ambientali più importanti si fanno già al supermercato mentre si fa la spesa, dove il baratto ed il denaro ritornano a farsi scaramuccie in un continuum finanziario-globale (nella canzone “Denaro” si ascolta «i bits che posso trasformare al bancomat | e poi col cash compro una mela | ma se facessi l’orto?»). La prima domanda che ho posto al gruppo è stata: “Ragazzi ma qualcuno di voi ha studiato filosofia?”. Con piacere vengo a conoscenza che Lorenzo è supplente di Storia e Filosofia e Giuseppe “ha fatto bene il liceo classico” – parole di Lorenzo. Non mi stupisce, perché oltre citazioni di tutto rispetto, come in “Democrazia” il riferimento a Michael Foucault «il potere non è vero al di fuori di noi», vi è un uso spregiudicato della filosofia, che non rimane più sui libri ma si fa vita attraverso le liriche (e mi riferisco a “Consapevolezza” con «mettiamo in contatto il particolare con l’universale» e “Natura” con «integrare l’integrale nel pensiero generale»). Ovviamente, come ha detto ironicamente Giorgio, questo disco è dis-interessato, ed è vero. L’uso dell’ironia è necessario ma io vorrei spingere i termini del discorso in un’analisi che mi ricorda molto la recensione di Cacciari a “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Walter Benjamin. È dis-trando che l’opera d’arte si fa fruibile ed in sé rivoluzionaria. Ed è avendo quella capacità di trarre verso di sé da qualcosa, di trarre il fruitore a sé, dis-traendolo da quel che stava seguendo, che il potere di un’opera, quale essa sia, si evince. Qui si tratta della Fine del Potere, ma chissà se quel finire non coincida con una presa di coscienza forte, tale da riabilitare un potere nuovo e diverso. Quell’operazione di conduzione, che l’opera è in grado di attuare in questi tempi di nuvole informatiche, si potrebbe definire, citando Benjamin, quell’esercizio «in vista della formulazione di istanze rivoluzionarie nell’arte politica»1.

Democrazia

Avere una coscienza non è questione

di giacca e cravatta

non importa quanto sei alta

la condivisione è la colla del potere

la possibilità è la culla del pensare

che dondola

non ti distrarre quando faccio la spesa

stando solo un po’ più attenti

possiamo farci meno male

non è una così grande responsabilità

pensare e poter scegliere

noi anche se di passaggio siamo

condannati al consumo

è un bivio perpetuo

un sistema binario

il potere non è vero al di fuori di noi

1W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità storica, Einaudi, Torino 2011, p. 4.

 

 paologulfi.wordpress.com

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